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Gianluca Magi
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La nobile arte dell'insulto

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Liang Shiqiu
La nobile arte dell'insulto

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A cura e con il saggio introduttivo "Le arti marziali della parola" di Gianluca Magi
Torino 2006 (2009 4a ristampa)
Einaudi

pp. 89
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«Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso rimanga implicito. Conviene evitare che l'avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt'altro che benevoli. Lo si metta a suo agio, cosicché il suo viso dapprima sorridente, viri poi dal bianco al rosso, dal rosso al violaceo, infine dal violaceo al grigio plumbeo. Questo è il più alto grado nell'arte dell'insulto».
Liang Shiqiu scrisse nel 1926 questo piccolo trattato che viene qui presentato per la prima volta in traduzione integrale in una lingua europea. «L'intento di questa breve trattazione, - come scrive l'autore, - è quello di offrire un generale aiuto a tutti coloro che vogliano trarre vantaggio in una disputa, illustrando in modo sintetico come sia possibile sviluppare la tecnica dell'invettiva nei suoi vari aspetti».
Un libro che affonda le radici nella conoscenza disingannata della vita e nell'arte di stare al mondo di chi ne ha viste di tutti i colori. Una piccola perla dal tagliente sarcasmo, pressoché ignota al di fuori della Cina.

 

   

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Recensioni

IL RIFORMISTA

Gianluca Magi ha curato per Einaudi il bestseller di Liang Shiqiu
La nobile arte dell'insulto non prevede il coglione
Le dieci regole. Non bisogna offendere più di un individuo. È meglio allearsi con chi è lontano per attaccare i vicini. È necessario conoscere se stessi e non aggredire che non è al nostro livello. Servono poi contegno, eleganza, ritirate strategiche

6 Aprile 2006
di Luca Mastrantonio

"Testicolo", in cinese - quello della lingua parlata da mangiatori di bambini bolliti, magari al vapore, come i ravoli, o i testicoli di toro, che per molti chef sono una prelibatezza - non ha quell'offensiva valenza extra-anatomica che ha in italiano. Anche perché in Cina l'insulto è un'arte nobile, come ricorda Gianluca Magi, professore di induismo e filosofia indiana alla facoltà di sociologia e storia delle religioni in CIna alla facoltà di lingue e letterature straniere dell'università di Urbino. È cofondatore e direttore didattico della scuola superiore di filosofia orientale e comparativa di Rimini. Per Einaudi ha curato la traduzione di La nobile arte dell'insulto, il bestseller neo-taoista di Liang Shiqiu (Pechino 1902 - Taipei 1987), grande traduttore di Shakespeare, che scrisse questo libello qualche anno prima della Storia dell'eternità, del 1933, con cui Jorge Luis Borges si auspicava che un giorno si potesse far assurgere l'insulto a forma d'arte codificata e per questo scrisse il capitolo l'«Arte di ingiuriare». Magi ha tradotto l'opera di Shiqiu, il cui titolo è diventato una frase idiomatica cinese, e scritto l'introduzione: «Le arti marziali della parola».
Ma Magi è anche curatore e divulgatore di una altro bestseller importato dall'Oriente in Italia, I 36 stratagemmi. L'arte segreta della strategia cinese per trionfare in ogni campo della vita quotidiana. Un distillato di cinque millenni di strategia bellica applicata ai campi di vita quotidiana, dalla psicologia alla politica, dal business al management, dall'educazione alla diplomazia, dalla comunicazione al marketing, dall'etica alle relazioni umane. Il libro ha ispirato Franco Battiato, che ne ha curato anche la presentazione, per il suo ultimo album Dieci stratagemmi.
Per comprendere l'errore dell'epiteto usato da Berlusconi, Magi - sentito via mail - richiama la decima regola: «"Allearsi ai lontani per attaccare i vicini", che cita il XXI dei 36 stratagemmi, è quanto mai illuminante: "Quando sorge una disputa, di regola, non si dovrebbe insultare nello stesso tempo più di un singolo individuo ... poiché si può star certi che ci si ritroverà travolti da una tale incontenibile valanga di insulti sotto la quale, con ogni probabilità, si rimarrà sepolti vivi". Mi pare che il tamtam d'indignazione sul web, via sms e così via, confermi ampiamente la bontà di questo decimo precetto». Insomma, se dava del coglione a Prodi non avrebbe fatto lo stesso danno che darlo a milioni di italiani.
In realtà Berlusconi, che con la Cina proprio non riesce ad avere un buon rapporto, è andato contro la maggior parte delle dieci regole della "nobile arte dell'insulto". La prima è «Conoscere se stessi, conoscere gli altri» - e qui, Berlusconi non è socratico - la seconda è «Non insultare chi non è al nostro livello» - e Berlusconi non considera chi vota a sinistra al suo stesso livello - la terza «Capacità di adattarsi e di fermarsi» è rispettata a metà, perché Berlusconi sa adattarsi ma non sa fermarsi, rispettare il timing etc. La quarta regola è «Colpire di fianco, attaccare obliquamente», che è poi lo stratagemma VI «Clamore a Oriente, attacco a Occidente», è stata capovolta da Berlusconi, facendo finta che il suo diretto avversario sia in realtà un avversario indiretto. Mai stato campione di allusioni, Berlusconi ha esasperato il direct talk americano. Sul «Contegno pacato», quinta regola, non servono commenti, così come «Servirsi di espressioni e maniere eleganti», regola, la sesta, tradita anche da Prodi con il suo epiteto «ubriaco» rivolto a Berlusconi e «delinquenti politici» rivolto a tutta la Casa delle libertà.
Sulla settima regola il giudizio è più difficile: «Ritirarsi per avanzare». Berlusconi l'ha messa in pratica con successo quando ha rinunciato alla conferenza stampa che per Prodi rappresentava la pregiudiziale per un incontro televisivo. E l'ha messa in pratica anche con la Annunziata, con quella ritirata strategica. Però, allora bisognerebbe applicarla all'interno della coalizione e Berlusconi, sostengono alcuni, avrebbe dovuto farsi da parte per un candidato più nuovo. Ma soprattuto, questa regola si rifà alla massima bellica cinese: «La ritirata è un modo per avanzare. Il saggio non combatte una guerra persa». E qualcuno dirà che la battaglia di Berlusconi è persa e allora lui stesso doveva farla combattere a qualcun altro, tra gli alleati. Magari, per vincerla.
La ottava regola è «Presupporre e stare in agguato». Il premier è tranne che un felino in agguato. La nona regola prescrive di «Fare molto con pochi argomenti». E anche qui, Berlusconi l'ha tradita con questa retorica dei numeri a oltranza. Inoltre sta mettendo tutto nel calderone elettorale. La decima regola, come ricordava Magi, è «Allearsi ai lontani per attaccare i vicini». E qui Berlusconi si è allontanato dai vicini (gli alleati) per attaccare i lontani (i comunisti). E soprattutto si è allontanato dai lontani (i coglioni che votano a sinistra, come ha detto).

Per concludere, vale la premessa di Liang Shiqiu, paradossale: «L'insulto si fonda sul principio etico per cui ci si dovrebbe rendere conto se una persona meriti o meno di essere insultata. [...] Chi merita di essere insulto? Chi non merita di essere insultato? Questa è l'alternativa. L'intento di questo modello fondamentale di scelta è talemente etico che chiunque lo segue sino in fondo giunge a sentire necessità alcuna di insultare chicchessia». A essere sinceri, finora Berlusconi si era sintonizzato bene sull'ethos degli italiani. E tutti gli insulti erano leciti, anzi, etici. Ora, lo sta seguendo fino in fondo. Come un samurai, però

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LA REPUBBLICA

Esce un manualetto con istruzioni e usanze
S'impara in Cina l'arte dell'insulto
Ne è autore un giornalista rifugiato a Taiwan. L'attacco sgraziato qualifica il mittente

3 Maggio 2006
di Michele Serra

Il breve testo cinese La nobile arte dell'insulto, che Einaudi pubblica per la cura di Gianluca Magi (pagg. XX+54, euro 9.50), può aiutarci a digrezzare una materia resa sordida, e inflazionata, dal fracasso mediatico e specialmente televisivo: dove la sopraffazione dell'antagonista è affidata, più ancora che ai toni aspri, al volume assordante, e alla rozza prevaricazione.
Nella nostra precaria idea dell'Oriente, riteniamo in genere che siano la disciplina formale, e la misura dei gesti e delle parole, il segno «esotico» che a noi difetta, e che ci affascina. In questo senso il giornalista e traduttore novecentesco Liang Shiqiu, rifugiato a Taiwan dopo l'avvento di Mao, non tradisce le nostre aspettative. A partire dal presupposto del suo lieve soggetto - ,olto popolare in Cina - che così recita: «L'insulto si fonda sul principio etico per cui ci si dovrebbe rendere conto se una persona meriti o meno di essere insultata». Non solo: ogni insulto malposto, o sprecato, ricade inevitabilmente sui chi lo produce.
L'attacco sgraziato o volgare, la rissa scomposta, qualificano il mittente e non il destinatario. L'antidoto sarebbe quel famoso «mi rifiuto di scendere al tuo livello» (in politica: «non rispondo alle provocazioni») che troppo spesso, qui da noi, viene dapprima enunciato, e poi dimenticato quando ci si tuffa a corpo morto tra i rissanti.
Se questo saggio principio fosse applicato ai nostri tempi e nel nostro paese, si abbasserebbe drasticamente il numero degli offesi: la gran parte degli insulti correnti (si pensi agli insulti politici) tradisce miseramente il proposito di offendere, e serve solamente a definire il basso livello culturale di chi usa così malamente le parole. È l'insulto suicida, direi il più corrente degli insulti, quello contro il quale Liang Shiqiu mette preventivamente in guardia. Uno scarso controllo dell'emotività, e un pessimo armamentario verbale, sono le sue prerogative.
Meglio, molto meglio, per la mentalità cinese, l'insulto freddo e controllato, allusivo, obliquo: quello che viene portato in punta di fioretto, e che l'autore, quasi sadicamente, suggerisce di camuffare, in un primo momento, da elogio, in modo da sorprendere l'avversario con la guardia abbassata.
Ignoro se in Cina esistano categorie retoriche apparentabili alla nostra invettiva, o al linguaggio satirico più ferino. Ma non parrebbe, leggendo il manualetto di Shiqiu, che forme polemiche così dirette e animose abbiano cittadinanza. A questo proposito ci soccorre, nella prefazione, il curatore Magi, avvertendoci che il parlare per sottintesi e allusioni, tipico del carattere cinese, ha attecchito in una società «nella quale i diritti personali e la protezione legale hanno da sempre avuto poche garanzie»: si è prudenti, dunque, anche per tutelarsi da poteri, caste, privilegi di fronte ai quali non è possibile porsi sullo stesso piano.
Eppure, anche se viene naturale tenerci strette tutte le nostre libertà e licenze, ivi compresa quella di affrontare ad armi pari anche chi è più forte di noi, l'idea che il non-detto, il sussurrato, l'allusivo, e perfino uno sdegnoso silenzio, abbiano una formidabile e per noi ammaliante potenza retorica, non è affatto aliena dal nostro presente dibattito. Tipica, in questo senso, la recente discussione se la sinistra, nel suo gran parlare di Berlusconi e del berlusconismo, non abbia trasceso proprio nella direzione delineata da Liang Shiqiu: se cioè la trafelata ostilità a un avversario non ne abbia ingigantito l'ingombro, e al tempo stesso non abbia rimpicciolito le capacità di autocontrollo, di saggezza e di attesa della sinistra stessa.
Niente, secondo questo piccolo trattato di dialettica marziale, è peggio che perdere il controllo. Si fa il gioco del nemico, gli si presta il fianco, si perde in equilibrio e in eleganza. Possiamo ribattere, e non è un argomento da poco, che l'attacco diretto in campo aperto è il riflesso liberatorio di una lunga sequenza di libertà conquistate anche a carissimo prezzo. Rimane però intatta, leggendo il libretto, la lezione orientale sull'importanza dei vuoti, dei silenzi, delle attese come preziosa disciplina di chi non vuol confondersi, immischiarsi con antagonisti indesiderati, per preservare ciò che noi chiamiamo «la propria identità».
In bilico tra questi due sentimenti, e tra queste due ragioni, bisognerebbe che l'insulto, al quale lo stesso autore attribuisce una benefica inevitabilità (quando ce vo' ce vo', come si dirà in cinese?), fosse una speziatura rarissima e molto sorvegliata, da aggiungere in minime dosi all'ingrediente fondamentale, che resta il pane della temperanza. L'insulto è nobile se eccezionale, ignobile se frequente e stucchevole, insulta davvero solo se spicca in un quadro pacato, non insulta affatto se si affastella sopra un mucchio caotico di aggressività: questa la chiosa comune che oriente e occidente potrebbero controfirmare.

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IL VENERDI DI REPUBBLICA

Dalla Cina arriva un manualetto che insegna l'arte dell'insulto. Scritto negli anni Venti, è un cult in Oriente, ma da noi è sconosciuto. E si vede.
C'è modo e modo di dire a qualcuno: «Sei un imbecille»

26 Maggio 2006
di Brunella Schisa

L'insulto non è prerogativa di lavandaie, scaricatori di porto e carrettieri, ma un artificio retorico, uno dei diritti-doveri dell'umanità, privilegio di artisti, intellettuali e politici.
Chi ne dubita, legga il piccolo e prezioso manuale del cinese Liang Shiqiu La nobile arte dell'insulto, un testo del 1926, notissimo in Oriente, ma non da noi. Come scrive il curatore Gianluca Magi nella prefazione: «L'insulto va considerato una disciplina marziale della parola, una sorta di palestra del discorso, che richiede un certo addestramento per risultare incisivi». Per questo combattimento a mani nude, Liang Shiqiu indica dieci regole che purtroppo nessuno dei nostri politici, artisti e intellettuali sembra sia in grado di rispettare.
Regola uno. Conoscere se stessi, conoscere gli altri.
«Prima di insultare il vostro rivale», scrive Liang Shiqiu, «rendetevi conto che lui può fare esattamente la stessa cosa».
Ma evidentemente Silvio Berlusconi non ci ha pensato quando ha detto di Fabio Mussi: «Ha una faccia a metà tra un salumiere e Hitler». Così che Prodi lo ha subito ricambiato paragonandolo al ministro della propaganda nazista: «Rispetto a Berlusconi, anche Goebbels era un bambino».
Regola due. Non insultare chi non è al nostro livello.
«Meglio sarebbe che la persona prescelta fosse di rango poco superiore al nostro».
Ecco perché la rissa a Domenica in tra Adriano Pappalardo e Antonio Zequila, detto er mutanda, finita con minacce di morte, non ha nessun senso logico.
Regola tre. Sapersi fermare al momento giusto.
«Qualora ci si trovi ad apostrofare una persona che gode di una certa notorietà pubblica e questi dovesse ribattere con rampogne e vilipendio, questo è il momento giusto per fermarsi».
Peccato che Prodi e Berlusconi in campagna elettorale non si siano saputi tenere, e dopo essersi dati signorilmente dell'«Ubriaco» e dell'«Utile idiota», abbiano continuato con colpi di fioretto del tipo: «Prodi è un poveraccio che s'illude di contare qualcosa», replicato con: «Ma questo è matto!».
Regola quatto. Colpire di fianco, attaccare obliquamente.
«Dare del "ladro" a chi crediamo ci abbia rubato qualcosa è un modo troppo grossolano per condurre una controversia».
Purtroppo questa regola è abitualmente disattesa dalla Lega che mostra cappi e striscioni su Roma ladrona in Parlamento.
Regola cinque. Contegno pacato.
«Nell'arte dell'insulto è d'estrema importanza bandire l'agitazione, avere un grande sangue freddo».
Un esempio? Il principe degli sgarbati, Vittorio Sgarbi, in una puntata dell'Istruttoria di Giuliano Ferrara, a Roberto D'Agostino, che gli aveva dato uno schiaffo, tirò in faccia un bicchiere d'acqua.
Regola sei. Servirsi di espressioni e metodi eleganti.
«Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile, il sui senso rimanga implicito».
Un esempio appropriato è lo striscione della Lega issato a Ponte sul Mincio: «Stuprate Pecoraro».
Regola sette. Ritirarsi per avanzare.
«Dichiarare fin dall'inizio, in modo aperto e garbato, i propri punti deboli», come fece Alessandra Mussolini con Vladimir Luxuria quando disse: «Meglio fascista che frocio».
Regola otto. Presupporre e stare in agguato.
«Con squisita gentilezza, senza essere precipitosi, si cominci a confutare l'avversario, demolendo implacabilmente le affermazioni che non hanno colto nel segno».
E così che si è svolta la crisi coniugale tra Al bano e Loredana Lecciso come hanno riferito sttimanali e tv per oltre sei mesi.
Regola nove. Fare molto con pochi argomenti.
Ed ecco l'icastico Giulio Tremonti: «Fassino sta all'economia come l'aviaria sta agli allevamenti».
Regola dieci. Allearsi ai lontani per attaccare i vicini.
«Non si dovrebbe insultare nello stesso tempo più di un singolo individuo».
Per seguire il saggio consiglio di Liang Shiqiu, Berlusconi avrebbe dovuto dare del «coglione» singolarmente a 19 milioni di italiani.

Parole come pietre. Saggezza in pagina. La nobile arte dell'insulto

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… Replicare efficacemente senza perdere l'aplomb? Il segreto in un opuscolo che viene dalla Cina. Come insultare il prossimo con eleganza. Poche pagine, tutte preziosissime. ….

 Recensione da: Il Venerdì di Repubblica

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